Havadila // 0.

In principio fu il fuoco.
Quella notte cominciò a consumare gli angoli della sua esistenza precedente, la quale col passare del tempo e l’ingigantirsi delle vicende avrebbe continuato a morire, a poco a poco.
La mattina del primo novembre, Phoebe Brenn si svegliò in preda a un caldo ardente, accorgendosi con orrore che le lenzuola e metà dalla sua stanza erano avvolte dalle fiamme.
Saltò giù dal letto gridando, e istintivamente si ritirò in un angolo ancora integro. Come era successo…?
Cercò di ricordarsi gli avvertimenti degli insegnanti durante le prove antincendio: State lontani dalle finestre, respirate attraverso un fazzoletto bagnato, chiamate i pompieri, non perdete la calma.
Non perdete la calma.

Non doveva perdere la calma. Respirò forte, ma s’interruppe e si coprì la bocca, ricordandosi del fumo.
Doveva chiamare i pompieri.
Gattonò fino alla porta, ma la trovò chiusa. Chiusa a chiave.

Che cosa sta succedendo?!?
Era terrorizzata. Cominciò a picchiare i pugni contro la porta chiamando i suoi genitori. Inutile. I suoi genitori erano fuori città, era sola in casa. Sola. Completamente sola, e in pericolo di vita.

La porta era chiusa a chiave dall’esterno: qualcuno stava cercando di ucciderla.
Phoebe continuò a urlare ancora a lungo, finché non ebbe più fiato.
Nonostante si fosse coperta la bocca e il naso con la manica del pigiama aveva respirato molto fumo e le girava la testa. Il calore era insopportabile.
Credeva di non avere più nessuna speranza. Finché non lo sentì.
Era un rumore ovattato in confronto al crepitio, ormai così familiare, dell’incendio divampante.
Sembrava che qualcuno stesse bussando, ma il suono non proveniva dalla porta. Veniva dalla finestra.
Phoebe si avvicinò strisciando, con la testa che pulsava di dolore. Aveva la nausea, e vedeva sfocato, ma era ancora abbastanza lucida da poter essere certa di non stare sognando.
Si tirò indietro, rischiando di cadere nel fuoco.
Dalla finestra le giunse di nuovo il solito rumore, che il suo cervello sfinito amplificò tanto da farla gemere di dolore. Sollevò lo sguardo. 
Fuori dalla finestra, sospeso nell’aria a metri d’altezza, c’era un ragazzo.
Al momento non fece nemmeno tanto caso al suo aspetto, notò solo che doveva essere poco più grande di lei e che aveva una gran matassa di ricci biondi. Stava cercando di sfondare il vetro della finestra con un bastone.
Il fumo doveva averle dato alla testa. Da quello che vedeva, infatti, quel ragazzo stava volando.
Le sembrava che non ci fosse nulla a sorreggerlo da sotto, e che non fosse nemmeno appeso a qualche cavo. Eppure doveva sbagliarsi, probabilmente era troppo tesa, non riusciva a riflettere. Com’era possibile? Chi era?
A forza di colpire, Phoebe vide la finestra intessersi d’un sottile reticolato di crepe, come una finissima ragnatela.
Ebbe il tempo solo di coprirsi il viso e di cacciare un grido smorzato, che il vetro scoppiò in mille pezzi. Una scheggia le si infilò nell’avambraccio sinistro, e dalla ferita scese un rivolo di sangue vermiglio. Fissò il sangue che colava, con quel colore inverosimile, la testa che le girava in preda a un torpore asfissiante. Poi il misterioso ragazzo entrò in camera e le porse la mano. Erano belle, le sue mani. Chiare di pelle, grandi, forti. Si lasciò trascinare via.
“Andrà tutto bene” disse il ragazzo.
Da lì in poi la confusione oscurò tutto.
Phoebe d’era appesa alla sua schiena, reggendosi debolmente, e uno strattone quasi l’aveva fatta cadere.
Poi, più nulla. Tutto era sfumato, come alla fine di un sogno.

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Ai tempi della nostra storia, Phoebe aveva ben poche certezze, e quelle certezze stavano per essere messe tutte in discussione, a partire dal suo nome.
Phoebe Brenn aveva undici anni ed era residente a Seatdawn, un piccolo borgo di mare dove le voci si diffondevano amplificate dai commenti delle vecchie pettegole del paese.
La maggior parte dei suoi concittadini tuttavia preferiva rivolgersi a lei con un appellativo che non si riuscì mai a scrollare di dosso: la Strega.
Quando li vedevano passare, a lei e Julian, tutti distoglievano lo sguardo e acceleravano il passo. La Strega e il Demonio. La Combriccola del Malaugurio.
Entrambi sapevano bene di essere chiamati così, e che si pensava portasse sfortuna incontrarli per strada, ma a nessuno dei due importava granché.
Phoebe dubitava che sarebbero mai riusciti a farsi accettare, anche se ci avessero provato – e così non ci provavano affatto. Non più.
A loro bastava poter contare l’uno sull’altro e il giudizio altrui poteva andare a quel paese… O almeno, questo era quanto Phoebe pensava.
Julian Reel era il suo migliore amico e lei aveva completa fiducia in lui.
Jule – com’era solita chiamarlo – aveva tre anni più di lei. I capelli neri, i lineamenti orientaleggianti e degli occhi a mandorla dalle iridi di un inverosimile viola lavanda ne tradivano le origini straniere, sebbene Phoebe non avesse mai saputo con precisione quali fossero. Julian non parlava mai dei suoi genitori, o di sé.
Spesso si truccava, tracciandosi una spessa riga di matita nera sotto gli occhi, a sua detta per mascherare le occhiaie profonde – anche se la sua amica pensava che le rendessero solo più evidenti.
I genitori di Phoebe lo approvavano quanto si può approvare un teppista o un cacciatore di dote, ma non erano mai riusciti a fare nulla per intralciare la amicizia che lo legava alla loro bambina.
E poi bastava che Julian gli parlasse per tranquillizzarli. Aveva un carisma naturale – anzi, quasi innaturale – che ammaliava sempre tutti quelli che lo conoscevano.
Tuttavia, i più anziani di Seatdawn, che non avevano mai avuto l’onore di rivolgergli la parola, alla vista della sua figura pseudo demoniaca recitavano il Pater Noster.
Non era esattamente uno di quelli che piacciono a tutti, Julian Reel.
Piuttosto era il classico individuo da cui le madri ti chiedono di stare lontano e davanti al quale le nonne si fanno il segno della croce.
Un piercing al sopracciglio, uno al naso e uno al labbro, almeno tre all’orecchio destro e cinque in tutto al sinistro. Sull’avambraccio destro, aveva tatuata una piuma color del fuoco, con un’iniziale – la lettera P – in caratteri gotici.
Ma nel suo caso i pregiudizi derivavano dalla pura apparenza.
Per la Strega Brenn la faccenda era ben diversa.
Il suo aspetto fisico non era mai stato granché originale. Capelli castani, lisci, lunghi. L’incubo di sua madre, che li chiamava solitamente “spinaci” e tentava in tutti i modi di convincere la reticente figlia a tagliarseli. Ovviamente, per ripicca, Phoebe aveva deciso di lasciarli crescere perlomeno finché il loro peso non le avrebbe staccato la testa dal corpo.
Coi suoi occhi, Phoebe aveva un brutto rapporto. Troppo scuri, quasi neri. La loro sola utilità era quella di schermare i pensieri come un muro d’onice nei momenti in cui era, suo malgrado,  costretta a mentire. E questa capacità la mantenevano solo se la bugia in questione era finalizzata al bene di qualcuno, o se era necessaria a nascondere i suoi sentimenti.
Nel resto dei casi le menzogne le si leggevano in faccia, e quindi tendeva a distogliere lo sguardo dal suo interlocutore, per paura di essere scoperta.
Tutto sommato, comunque, non era particolarmente speciale, o perlomeno non da meritarsi l’appellativo di “Strega”.
Difatti, il nomignolo era nato per tutt’altra ragione, che non aveva nulla a che vedere col suo aspetto fisico.
Nessuno ne parlava esplicitamente, ma tutti sapevano che era meglio evitare di irritare la piccola Phoebe Brenn.
Quando era molto piccola, in paese avevano tutti pietà di lei. Si sapeva che i suoi genitori – il dottor Brenn e sua moglie –  l’avevano adottata, e tutti erano a conoscenza della sua storia.
La madre naturale di Phoebe, una ragazza straniera di circa diciassette anni , era arrivata al pronto soccorso di Seatdawn in piena notte, durante una bufera di neve.
La giovane era tutta sporca di sangue e aveva i vestiti stracciati. Phoebe era tra le sue braccia, minuscola.
Il dottor Brenn, allora un trentenne appena laureato, tentò in tutti i modi di salvare la ragazza, ma alla fine non ci fu più nulla da fare. Aveva una profonda ferita nel ventre, apparentemente causata da un’arma da taglio, e aveva perso moltissimo sangue. Le indagini, oltre a stabilire che la neonata era figlia naturale della sfortunata giovane, non portarono a nessun altro chiarimento, e furono nel complesso brevi, perché nessuno riuscì a identificare la ragazza. Più tardi “il mistero della ragazza senza nome” richiamò l’attenzione della TV e dei giornali, e la storia si diffuse anche all’estero, ma le indagini non furono riaperte e nemmeno la notorietà della vicenda aiutò a scoprire chi fosse la giovane madre. Sembrava che provenisse da chissà dove, come se fosse piovuta dal cielo.
Dopo l’accaduto, il dottor Brenn e sua moglie decisero di adottare la bambina, che in un ultimo soffio di vita sua madre aveva chiamato Phoebe.
In ogni caso, la buona dose di commiserazione da parte della gente di Seatdawn per il suo destino di orfanella le venne gradualmente negata, mano a mano che nascevano alcune superstizioni sul suo conto.
Pareva che chi avesse fatto arrabbiare la piccola Brenn, persino quand’era ancora in fasce, fosse incorso in tremendi incubi.
Chi c’era passato raccontava di ombre inquiete, di mostri oscuri e sussurranti, di fuochi fatui canterini che li avevano perseguitati per giorni. I racconti si erano diradati con gli anni, ma oramai ogni suo capriccio veniva usato per giustificare le più svariate disgrazie. Alla fine, l’intero paese la odiava.
In verità, c’era davvero – e lei stessa se ne rendeva conto – qualcosa di strano in lei.
Se manteneva ferree fede e volontà, riusciva a modificare alcune situazioni in suo favore.
Poteva, richiamando gli spiriti dell’Aria, far scoppiare un temporale; oppure chiedere al Vento di farne cessare uno in corso.
Chiedeva alla Luna di vincere una partita di pallavolo oppure di avere un buon voto al compito in classe. Ci chiacchierava a lungo, come se fosse la sua vera madre.
Il Vento era il suo compagno di giochi. Si divertiva a fingere di dominarlo e gli cantava canzoncine improvvisate. Il Fuoco era la sua rabbia, era ciò che l’ira le accendeva dentro.
Sì, era una strana bambina.
Ma tutte quelle stranezze non avevano alcun significato per lei. Non credeva davvero di essere in grado di gettare il malocchio su qualcuno.
Per anni nessuno aveva voluto essere suo amico; Infine era arrivato Julian.
Era il suo unico amico, il suo migliore amico, e, malauguratamente, anche il suo primo amore.
Se ne era innamorata quasi immediatamente. Per ironia della sorte, la Strega era stata a sua volta stregata da un paio di maliziosi occhi viola.
Lui aveva quella voce così dolce, quasi femminea, che mal si accostava al tono aspro delle sue battute taglienti e alla sua espressione, sempre ammiccante.
Phoebe amava i suoi capelli nero bluastri, la matita che si metteva sotto gli occhi e il piercing che aveva sul sopracciglio curato.
Le piacevano i pantaloni stracciati che metteva con la maglia di cotone, quella grigia a quadrettini, e il cardigan di lana. Le piacevano le sue sciarpe a righe, e il suo smalto nero. Le piacevano le sue sneakers scolorite e vecchie, e le spille sul cappello di feltro.
Le piaceva tutto di Julian e – anche se la faceva sempre innervosire – Phoebe provava una fortissima attrazione per lui, che aveva facilmente scambiato per amore.
Non avrebbe mai immaginato si potesse volere più bene di così a una persona. Non prima della notte di Halloween.
Quella notte perse molte cose.
La sua casa, la sua famiglia, la sua vita a Seatdawn. Anche Julian.
Perse sé stessa come individuo e quello che ebbe in cambio fu una maledizione e un dono. Fu tutto quello che sarebbe stata dopo. La condanna di un legame sacro e indistruttibile. La promessa di una luce che non avrebbe mai smesso di cercare.

Non li aiutano mai. Non lo sanno fare. Li condannano. Il loro è un problema che nessuno si preoccupa di risolvere prima che sia tardi. Nessuno lo riconosce. Dicono sia cattiveria.
Il danno è già fatto, ma io voglio provare ad aiutarlo. In tutte le vite che gli saranno date. In tutte quelle che gli darò.

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