Motum // 1.

La madre di Oscar mi diede una pacca sulla schiena sbattendo sul tavolo un bicchiere di vino cotto caldo.
“Bevi. Devi tirarti su, piccola, sei troppo bianca” disse, con la voce sicura e rude che la contraddistingueva.
Acquaria Cerchi non aveva soltanto uno dei nomi più strani che conoscessi. Era anche la donna più solida di tutta la città. Un fisico prorompente, ma scattante, e lo sguardo deciso sottolineato da sopracciglia folte e scure erano i suoi marchi di fabbrica. Aveva perso il marito a causa di Motum, ma di certo questo non aveva affievolito il suo spirito.
Mi aveva accolta a casa sua con la solita gentilezza – oramai ero quasi una sorella per Oscar – e mi aveva fatta accomodare in cucina, accanto al camino. Sebbene fosse soltanto fine settembre, faceva già freddo. A Orninn l’inverno giunge in fretta e se ne va tardi, e a casa dei Cerchi il fuoco veniva acceso prestissimo, per Acquaria – lei non era originaria di Orninn. Veniva dal mare. Non sopportava bene il gelo.
“Allora, tesoro, cosa vorresti fare? Non puoi certo disobbedire a tuo padre.”
Oscar era seduto accanto a me, appollaiato sulla sedia con la seduta di vimini con lo sguardo imbronciato di un avvoltoio americano. Fissava lo schermo del cellulare.
“Non possiamo andarcene” ribattei.
“Questo è certo!” mi diede ragione lei, porgendomi un vassoio di cantucci. “Se ve ne andrete, il Tempo divorerà la città. La modernità eroderà la memoria e Orninn morirà abbandonata da tutti.”
“Oppure morirà per la contaminazione delle acque. O perché sparirà la cultura. Moriranno gli animali e i boschi. Nessuno conoscerà le montagne e ne verrà inghiottito.”
Ci girammo a guardare Oscar.
Nei suoi occhi color nocciola c’era rabbia e preoccupazione.
“Noa mi ha appena detto che la Giara se ne va. L’Oro è già andato assieme al Vello, e così faranno pure il Bastone e la Pietra.”
“Ma siamo impazziti!” sbraitò Acquaria, brandendo il mestolo col quale stava mescolando il sugo per il giorno dopo (e sporcando mezza cucina). “Se vanno via loro, figuriamoci chi non ha vincoli!”
Oscar si grattò la barba appena accennata.
“In realtà dicono che ci sarà una specie di esodo, mamma.”
Acquaria assunse un’espressione grave. Mi mise il mestolo in mano e mi disse “mescola” per poi dirigersi nel corridoio a passi seri e decisi.
Se c’era qualcosa che Acquaria amava, era di certo la cucina. Cucinava benissimo, molto meglio di quanto non facesse chiunque conoscessi, e non lasciava mai nessuno ai fornelli al posto suo. Se mi aveva dato in mano il suo sacro mestolo, le opzioni erano due. O mi aveva appena designata come erede, oppure la situazione era perlomeno tragica.
Oscar era incollato al cellulare. Non aveva toccato cibo – e lui adorava il cibo preparato da sua madre almeno quanto lei amava cucinarglielo. Sapevo che aveva una cotta per Noa, ma non era mai sembrato serio quando ne parlava.
“Che ti prende?” gli chiesi, attenta a mescolare senza smettere neanche per un secondo.
“Nulla.”
Non avrebbe ingannato neanche un bambino con quella faccia.
“Non fare il prezioso, dai. Sembra che ti abbiano preso a martellate la Playstation.”
“Se mi avessero preso a martellate la Playstation te ne accorgeresti” rispose, sarcastico, senza sollevare la testa.
“E infatti me ne sono accorta” replicai.
Oscar sospirò, guardandomi col più sconsolato paio di occhi nocciola. Mi conosceva abbastanza bene da capire che non avrei mollato l’osso, a meno che non mi avesse detto chiaramente che non voleva farmi sapere i suoi pensieri.
“Tutti se ne andranno. Non so se io e la mamma riusciremo a fare qualcosa, stavolta. Troppo presto, è tornato troppo presto. Ricordiamo ancora tutto. Non convinceremo tuo padre…”
Farfugliava frasi un po’ sconnesse. Lo interruppi.
“Io non me ne vado. E mi è anche venuta un’idea.”
“Vale a dire?” borbottò.
Mi morsi un labbro. L’idea era pessima, in effetti. L’ultima cosa che avrei voluto fare – anzi, non è corretto. Era l’ultima cosa che avrei dovuto fare. Volevo farlo. Avevo paura, ma volevo farlo.
“Antonio.”
Oscar sgranò gli occhi e assunse quell’odiosa espressione delusa che mi aspettavo.
“Perché?”
Mi sentivo messa con le spalle al muro, beccata a rubare l’ultimo biscotto. Ero arrossita di sicuro.
“Beh, lui è della Chiave. Nessuno sa cosa sia, giusto? Forse può aiutarci.”
Le motivazioni, lo ammetto, erano piuttosto blande.
“Se la Chiave dovesse essere qualcosa che può migliorare la situazione, Antonio ha il dovere di usarla, non serve che andiamo a parlarci” osservò Oscar. Il tono della sua voce era molto freddo. Antonio non gli era molto simpatico – non era simpatico a molti – ma non aveva motivo di essere così amareggiato. Mi sentivo una traditrice e senza alcun motivo.
“Ad Antonio non frega niente di nessuno, se non andiamo a chiederglielo non farà nulla, anche se è il suo compito” risposi, un po’ accalorata.
Oscar mi guardò storto. Avevo alzato la voce. Mi vergognai.
“Ah sì?” fece lui. “Va bene. Vacci a parlare. Sarà indispensabile andare da lui per convincerlo a usare la Chiave, che non sappiamo nemmeno cosa sia e a che serva, per aiutare Orninn, di cui non gli interessa nulla, anche se sai benissimo che lo farebbe comunque se il suo compito fosse quello.”
Imbarazzata, gli diedi le spalle e concentrai tutto il nervosismo nel mestolo. Perché era finita così?
“Non capisco perché vuoi ancora averci a che fare” proseguì lui.
“Non voglio averci a che fare. Penso solo che potrebbe aiutarci” balbettai.
“Sì, certo!” rise Oscar. “Te lo dico io cosa pensi. Vuoi rivederlo. E vuoi farlo ora, così che venga a sapere che tuo padre vuole andarsene, per vedere come reagisce.”
La mia faccia aveva preso il colore del sugo.
“Che accidenti di mente contorta!” sbottai, senza voltarmi. “Sono io quella che dovrebbe avercela con lui, non tu!”
“E chi ce l’ha con lui? Sei tu che cerchi di mascherare i tuoi interessi con la scusa del ‘salvare la città’!”
A quel punto mi irritai davvero. Sì, c’era anche qualcosa di giusto nelle sue parole, ma non poteva dire che non mi interessassi sul serio alla città. Non sapendo la mia storia. Mi girai a guardarlo, paonazza in viso.
“Sei un idiota! Voglio davvero fare qualcosa!”
Oscar si alzò in piedi, con gli occhi di fuoco.
“Motum ha ucciso mio padre e i tuoi fratelli, come puoi essere così egoista e superf…”
Lo zittii con uno schiaffo di cui mi pentii immediatamente. Oscar si portò una mano alla guancia, incredulo. Nel suo viso c’era il mio stesso disgusto.
Non era mai successo niente del genere tra noi. Per tutti gli anni in cui eravamo stati amici. Mi sentii malissimo, per aver permesso ancora una volta che Antonio avvelenasse un pezzo della mia vita.
In quel momento, Acquaria rientrò in cucina.
“Smettetela subito di litigare, voi due!” sbraitò, riprendendosi il mestolo. “Non si litiga nella mia cucina, si rovina il cibo!”
“Tranquilla, mamma” Fece Oscar, fissandomi. “Nona sta andando via, ha da fare col suo amico del cuore.”
La madre inarcò un sopracciglio.
“Volete spiegarmi che succede?”
Non ebbi il coraggio di parlare. Feci un mezzo sorriso ad Acquaria e mi allontanai.
“Nona…” fece lei, dispiaciuta. Continuai a camminare. Mi veniva da piangere.
Prima di uscire, sentii Oscar gridarmi dietro.
“Se non gli frega niente di nessuno, perché dovrebbe interessargli di te?”
Sbattei il portone di casa alle mie spalle.

mat
(Painting by Martine Johanna)

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