The Leeho Chain

Mi sento spaccata a metà. Vi è mai successo?
Ho un peso sulle spalle, un sacco carico di tutti i giorni della mia vita. Sfilano attraverso l’aorta, perla dopo perla. Alcuni, più grossi, rimangono incastonati. Devo tirarli più forte, dolorosamente via da lì. A volte, i tessuti si lacerano e sanguino.
Mi sento depressa e galvanizzata – momenti alterni – e legata strettamente da una corda spinosa, avvelenata, pericolosa.
Cammino per le strade in una bolla di sapone infrangibile. Ogni persona m’appare distorta, strana, assurda – così come certi miei comportamenti.
Tante chiacchiere. Esami, dieta, palestra, trucchi, e come è andata ad Amsterdam?, Sandra è incinta, ho perso la schedina, devo andare in Segreteria. Tutto assurdo.
Io mi fermo e guardo. Osservo. Tutto assurdo.
Sono un alieno in quell’istante, un essere estraneo al fluire della vita, al di sopra della linea del tempo. Vorrei gridare: Cosa fate. Perché lo fate. Non sapete neanche perché siete qui. Cosa ci state a fare. E vivete senza sapere perché. Pensate – pensiamo – a trucco parrucco cinema arte lavoro politica – senza sapere perché. Lo facciamo per una vita, finché non c’è la morte – a quel punto è la FINE, THE END, troppo tardi per capire.
Vorrei sedermi, fermarmi, pensare.
Punto.

Compare una figura all’orizzonte.
Un uomo dal mantello nero, con due fari accecanti per gli occhi, una bocca larga – da un orecchio all’altro – e il sorriso inquieto, maledetto, di chi sa e non vuole, di chi crede e non dice.
Una figura alta e magra, consunta dall’odio.
“Alzati.”
“Perché?”
Ogni volta, io chiedo il perché. Non mi risponde mai. Faccio quel che dice lo stesso, impuntarmi sarebbe inutile. Mi alzo.
“Torna a vivere con gli altri.”
“Mi fermerò di nuovo.”
“Ti farò di nuovo alzare.”
Sospiro. Devo ridiscendere nella linea del tempo. Non voglio. Vorrei rimanere con la figura nera. Non posso. Se lo facessi, mi abbandonerebbe. La perderei per molto, prima che mi aiuti ancora. Devo attenermi al tempo che mi concede. Non posso imbrogliare.
Faccio quello che mi dice.
“Aspetta.”
Mi volto. Prende la corda di spine e la stringe. Fa male. Fa sempre male.
“Scioglila!”
“Non è ancora il momento.”

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